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A VOLTE SI PERDONO LE TRACCE DELLE CONSULENZE PREDISPOSTE IN GIUDIZIO!

Sentenza 15642/2024 Corte Cassazione

La Suprema Corte ha stabilito che il ritardo, per quanto prolungato, nel deposito della relazione da parte del consulente d’ufficio, “non configura in automatico” il reato di rifiuto di atti d’ufficio per ragioni di giustizia, ex art. 328 c.p., se non sussista una indifferibilità dell’atto omesso, che presupponga che il ritardo determini un pregiudizio per le parti interessate.

Al contrario, si ricordi il precedente giurisprudenziale che ha stabilito come integri il reato di rifiuto di atti di ufficio di cui all’art. 328, comma primo, cod. pen. l’omesso deposito della relazione da parte del consulente incaricato di un accertamento tecnico preventivo, che si protragga nonostante le ripetute sollecitazioni formali rivolte dal giudice civile e dalle parti.
Tale condotta va riportata all’ambito applicativo dell’art. 328 c.p., comma 1, quale rifiuto di atto dell’ufficio che, per ragioni di giustizia, doveva essere compiuto senza ritardo.

Il rifiuto, quindi, non deve essere espresso in modo solenne o formale, ma può concretizzarsi anche in una inerzia, protratta senza giustificazione.

La Cassazione ha rilevato che l’indifferibilità dell’atto va riferita non al generico dovere di diligenza del pubblico ufficiale, ma piuttosto alla connotazione oggettiva dell’atto medesimo, in funzione dell’interesse perseguito.

Va fatto riferimento, dunque, all’entità del danno che il ritardo potrebbe provocare: il che significa che l’atto deve essere compiuto senza ritardo quando, per espressa previsione, ovvero per emergenze oggettive, non può essere differito, per garantire il perseguimento dello scopo cui è preordinato.

Il riferimento all’accertamento tecnico preventivo, come ricordato anche Corte Costituzionale, è giustificato dalla finalità “di evitare che la modifica delle situazioni o gli eventi che si possono verificare impediscano, poi, la formazione e l’acquisizione della prova nel giudizio di merito”.