
Ordinanza 27923/2025 Corte Cassazione
La Suprema Corte, con l’ordinanza commentata, ha cristallizzato un principio essenziale per il mondo scolastico: il dovere di vigilanza dei docenti non è un obbligo rigido e uniforme, ma deve essere commisurato all’età, alla maturità e al grado di discernimento degli alunni.
Nel caso affrontato dai giudici, un ragazzo prossimo alla maggiore età aveva riportato la rottura di due denti dopo essere stato accidentalmente colpito da un compagno con un casco, all’interno dello spogliatoio maschile al termine di una lezione di educazione fisica. La docente di educazione fisica, essendo donna, non aveva accesso a quello spazio, e la Cassazione ha confermato che la scuola aveva assolto al suo obbligo di vigilanza in maniera adeguata, tenendo conto della specificità del contesto e della prevedibilità dell’evento.
Il principio giuridico richiamato è chiaro: l’obbligo di sorveglianza scolastica non può essere considerato assoluto, ma deve adattarsi concretamente alle circostanze. In particolare, quando gli studenti raggiungono un elevato grado di autonomia e consapevolezza, la necessità di una presenza costante degli insegnanti si riduce.
Questo orientamento riflette una visione pedagogica equilibrata: via via che gli alunni crescono, acquistano non solo capacità cognitive, ma anche responsabilità personale. La Cassazione riconosce che un ragazzo “quasi maggiorenne”, dotato di completo discernimento, è più capace di gestire la propria libertà e il proprio comportamento senza bisogno di un vigilante sempre accanto.
Un altro punto fondamentale è la prevedibilità della condotta dannosa: la Corte ha sottolineato come, in questo caso, l’evento fosse imprevedibile con l’uso della normale diligenza. Se la scuola dimostra che l’evento non poteva essere evitato con misure ordinarie, può liberarsi da responsabilità contrattuale (art. 1218 c.c.) mostrando la “causa non imputabile”.
L’ordinanza dunque segna un punto di equilibrio tra due esigenze: la tutela della sicurezza degli alunni, da un lato, e il riconoscimento dell’autonomia crescente degli studenti, dall’altro. Non si tratta di un allentamento della vigilanza, ma di una sua riduzione proporzionata in relazione alla maturità degli studenti.
In termini più ampi, la decisione della Cassazione ribadisce che il ruolo dei docenti non è quello di “controllori onnipresenti”, bensì di figure educative che accompagnano gli studenti nel loro percorso di crescita. Man mano che gli alunni diventano più grandi, il loro spazio di libertà e autodeterminazione si amplia, e il compito degli insegnanti muta: da vigilanza stretta a “presenza responsabile”.
Una tappa significativa nella giurisprudenza sulla culpa in vigilando: la vigilanza non è un dovere statico, ma dinamico, che si adatta al grado di maturità dell’alunno, riconoscendo il valore educativo della libertà individuale.
