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IO SONO BUONO: QUELLO CATTIVO È IL MIO COMMERCIALISTA!

Sentenza 6820/2024 Corte Cassazione
(Approfondimento legale)

La Suprema Corte, nella pronunzia contemplata, ha annullato la sentenza di condanna di evasione fiscale di un imprenditore, per il delitto di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74).

L’omessa dichiarazione si verifica quando un contribuente non comunica correttamente le informazioni richieste dalle autorità fiscali. Questo può includere l’omissione di redditi, l’errata presentazione delle spese deducibili o altre informazioni rilevanti per il calcolo delle imposte dovute. Può derivare da negligenza, ignoranza o errore del contribuente, ma non necessariamente implica una volontà diretta di evadere le tasse.

Nel caso di un imprenditore che affida la gestione fiscale al commercialista, l’omessa dichiarazione potrebbe verificarsi se lo stesso non presenti in modo accurato o tempestivo le dichiarazioni fiscali richieste. Se l’imprenditore può dimostrare di aver agito in buona fede e di aver fornito tutte le informazioni necessarie, potrebbe non essere considerato responsabile penalmente.

L’evasione fiscale, al contrario, implica un comportamento intenzionale ad eludere il pagamento delle imposte dovute. Questo può includere azioni come la falsificazione di documenti contabili, la sottostima dei redditi o la creazione di società fittizie per nascondere attività finanziarie.

Nella situazione in cui un commercialista agisca con dolo, ad esempio falsificando documenti o fornendo informazioni ingannevoli, l’imprenditore potrebbe essere considerato, comunque, responsabile penalmente per l’evasione fiscale, anche se non direttamente coinvolto nelle attività illecite.

La Suprema Corte, ricorda che in tema di reati tributari, l’affidamento ad un professionista dell’incarico di predisporre e presentare la dichiarazione annuale dei redditi “non esonera il soggetto obbligato dalla responsabilità penale per il delitto di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74)” in quanto, trattandosi di reato omissivo proprio, la norma tributaria considera come personale e non delegabile il relativo dovere; tuttavia, la prova del dolo specifico di evasione non può derivare dalla semplice violazione dell’obbligo dichiarativo né da una “culpa in vigilando” sull’operato del professionista.