
Sentenza 95/2025 Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza con cui è stata dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata da quattordici giudici, tra cui la Corte di Cassazione, in relazione all’abrogazione del reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.), avvenuta con la legge n. 114 del 2024 (art. 1, comma 1, lett. b) ) .
I giudici avevano invocato, innanzitutto, l’art. 117, comma 1, Cost., sostenendo che la Convenzione di Mérida (UNCAC) avrebbe imposto all’Italia di mantenere nel proprio ordinamento un’apposita fattispecie criminale per l’abuso d’ufficio. In altre parole, l’abrogazione sarebbe stata incompatibile con gli obblighi internazionali ratificati .
La Corte, tuttavia, ha rigettato questa tesi. Innanzitutto ha ritenuto ammissibile l’esame alla luce dell’art. 117, ma nel merito ha constatato che né il testo, né la ratio della Convenzione di Mérida richiamano un obbligo vincolante di sancire penalmente l’abuso d’ufficio. Essendo tale fattispecie non presente in modo uniforme nei paesi firmatari, nessun parametro internazionale obbliga a mantenerla.
Sul piano politico-strategico, la Corte ha sottolineato che eventuali “vuoti di tutela penale” derivanti dall’abrogazione, legati ai reati di abuso d’ufficio descritti nelle quattordici ordinanze di rimessione, non rientrano nel giudizio di costituzionalità, ma nella discrezionalità del legislatore e nella responsabilità politica del Parlamento.
Questa decisione rappresenta un momento significativo nella nostra giurisprudenza costituzionale: refrattaria ad un eccesso di penalizzazione, la Consulta riafferma il ruolo esclusivo del Parlamento nel definire il confine tra diritto penale e strumenti alternativi di responsabilità, nel rispetto dei vincoli costituzionali e internazionali.
